CHI SONO I TALIBAN: UN’INTERVISTA A MONICA MACCHI

Di fronte ai fatti che stanno sconvolgendo l’Afghanistan, il contributo che ci sentiamo si dare è, come è nel nostro stile, scientifico e divulgativo, affinché si capisca al meglio cosa sta accadendo qualche meridiano più in là di noi. Abbiamo a tal proposito intervistato Monica Macchi, mediatrice culturale e linguistica ed esperta di mondi arabi. Il nostro tesoriere, Armando Toscano, che recentemente ha scritto sul tema, l’ha intervistata per noi.




Chi sono i Taliban e da dove arrivano?


I Taliban sono gli studenti delle scuole coraniche di matrice deobandi, una dottrina rigorista e puritana sviluppatasi nel 1867 dopo la deposizione della dinastia indiana Moghul da parte degli inglesi quando all’improvviso i musulmani si ritrovano minoranza rispetto agli indù. Il movimento deobandi nasce con l’obiettivo di fornire responsi giuridici per distinguere tra purezza e contaminazione; successivamente cerca anche di influenzare il potere politico attraverso un’islamizzazione degli apparati dello Stato. Va però sottolineato che in arabo Talib (“studente”) deriva dal verbo “Talaba” che significa “chiedere”, “cercare”, “intraprendere un viaggio”, quindi alla base c’è il concetto che è la curiosità che porta al voler conoscere e quindi all’imparare! Di etnia pashtun, finanziati dai sauditi wahabiti, (quelli appena magnificati da Renzi, tanto per intenderci!) nel 1996 appena conquistata Kabul, prima di riaprire il commercio di oppio, armi ed idrocarburi, sono riusciti a catturare Najibullah (presidente dal 1986 al 1992) dalla sede ONU, lo hanno evirato, trascinato attorno al palazzo presidenziale legato ad una jeep (ancora vivo) per impiccarne poi il cadavere con una sigaretta in mano e soldi nelle tasche simboli del vizio e della corruzione occidentale rivendicando così la continuità dello jihad contro l’URSS “empio regime ateo”.


In che modo i Taliban differiscono dalla componente più urbana della società afghana? 


Più che un cleavage “urbano/non urbano” o città/campagna per usare la terminologia di Rokkan, qui è fondamentale la tribù: nemmeno il richiamo alla umma, la comunità dei credenti, sopprime l’appartenenza etnica. Ed in effetti è stata la marcata caratterizzazione etnica, praticamente la monoetnia pashtun a cui sono stati affidati tutti gli incarichi ad impedire di governare efficacemente negli anni Novanta. Hanno creato uno Stato Minimo dove la politica soccombe al primato della religione concentrandosi su un combinato di tradizionalismo tribale, visione totalizzante dell’Islam e struttura patriarcaleper costruire un homo novus mettendo sotto tutela il corpo femminile, depositario dell’onore del maschio, della famiglia e dell’intera società, che porta alla sedizione attraverso la seduzione.


Cos’è la Sharia e cosa la rende lontana dal modo di pensare di noi occidentali?


La Sharia rappresenta la legge religiosa dell’Islam che va seguita: letteralmente significa “via dritta” (è anche la radice di “strada” di “legittimo, legale” e del campo semantico che riguarda “tracciare, delineare”). Le sue fonti si ritrovano nel Corano, nella Sunna (l’insieme degli Hadith, cioè i detti del profeta Maometto), nell’Igma’ (il consenso dei teologi) e nel Qiyas (il ragionamento analogico attraverso le tre fonti precedenti); è stata rivelata anche alla “gente del Libro” (ebrei e cristiani) ma perfezionata e completata con l’Islam e comprende dogmi, riti, precetti morali e obblighi giuridico-religiosi. La parola divina è dentro la società e al sociale in una torsione identitaria tra spirituale e legislativo e quindi non può essere  limitata o  rinchiusa nella sfera privata ma entra prepotente nella sfera pubblica con una sovrapposizione (sia pur modulata diversamente in base alle contingenze storico-politiche!) tra peccato e reato. Attualmente nel contesto di un Islam europeo ci si chiede se e come contestualizzare laSharia nei territori in cui i musulmani si ritrovano ad essere minoranza, ma hanno comunque diritto di professare la propria religione: molti giuristi paventano infatti la creazione di “società parallele” e di “reati culturalmente orientati”. Dopo i fatti di Colonia del Capodanno 2015 si è cercato di far passare la cultura androcentrica patriarcale come “esimente culturale” e quindi causa di esclusione di reato (a questi temi Micromega ha dedicato un numero speciale nel febbraio 2016 con un articolo a firma di Necla Kelek dal titolo “Rischio Shar’iyya nel cuore dell’Europa”). Rischio denunciato anche da Fethi Bensalama, che sottolinea come la laicità sia il luogo dove articolare pulsioni e fratture depotenziando l’Islam della sua carica identitaria: una corrente legata alla psicanalisi che si colloca nel solco di Mahmoud Taha che fa risalire l’uguaglianza proprio alla separazione tra spirituale e legislativo.






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